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Troppo spesso il ricordo è un peso che siamo incapaci di sollevare fino al cospetto degli occhi per averne una visione chiara. Ma è proprio questa difficoltà apparente un’esaltazione della magia di quelle immagini che, invece, albergano in modo onirico e costantemente la nostra memoria, diventando motivo della vitalità della nostra sensibilità.
Tra i tanti ricordi che in maniera sempre viva respirano nella mia mente, spesso morbidamente si fa un po’ di spazio uno legato a una sera di circa otto anni fa, e soprattutto alla voce di una mia grande amica, che, quella sera, tirò fuori da una custodia la sua chitarra classica con cui accompagnò il suo dolce canto suonando una delle più belle canzoni che sono patrimonio della musica italiana di tutti i tempi, “Il suonatore Jones” di Fabrizio De Andrè.
Il nome della mia amica è Angela, e quel giorno, inconsapevolmente, mi regalò un ricordo che è rimasto in maniera robusta nella mia memoria, un incantesimo che a distanza di tanti anni continua ad emozionarmi ogni volta che riascolto quella canzone.
Quando comprai il cd di cui fa parte “Il suonatore Jones”, scoprii che era una rielaborazione musicale di una grande intuizione poetica di uno scrittore americano di nome Edgard Lee Masters, e della sua opera “L’antologia di Spoon River”.
Proprio di quest’opera ho intenzione di parlare, e in modo più specifico della poesia da cui il mio pensiero è tanto affascinato, “Il suonatore Jones”, e del suo adattamento musicale concepito dal grandissimo De Andrè.
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