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“Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni…”
Il grande cantautore e poeta genovese Fabrizio De Andrè con queste parole scritte nella sua canzone “Nella mia ora di libertà” dell’album “Storia di un impiegato”, per l’ennesima volta ha scagliato un macigno contro chi ad occhi chiusi, da una comoda posizione d'estraneità, ancora si lascia persuadere dall’imbellettata facciata della falsa democrazia.
In questo pensiero di De Andrè è manifesta la necessità, o meglio il dovere, di utilizzare la scrittura per esprimere un impegno sociale, di non vivere l’arte, in ogni sua rivelazione, superficialmente e unicamente come luogo di distacco dalla realtà, ma come studio e percorso per essere ulteriormente partecipi ad essa.
Di questa opportunità si sono avvalsi tanti scrittori in ogni tempo, esprimendo un pensiero palesemente schierato contro gli usurai del potere, spesso rischiando e perdendo la propria libertà e la propria vita.
A due poeti in particolare, che scrivendo hanno combattuto per mantenere vivi i diritti fondamentali dell’essere umano, che hanno continuato a gridare la loro opposizione alle violenze perpetrate ai loro popoli, ho voluto concedere un piccolo ricordo in queste pagine, invitando chiunque si troverà a leggere queste righe a comprare i loro libri ed usarli come stimolo al piacere, al sogno, alla lotta.
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