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14.4. Mariella

Angeli dei Sette Chakra
Gli Angeli dei Chakra si rivolgono ad animi in cammino verso un sempre maggiore e consapevole equilibrio personale.
Donarsi o donare un angelo dei Chakra è un gesto colmo di simboli e significati.

Visualizza tutti gli Angeli dei Sette Chakra>>>
“Mariella! Mariella, dove sei?”
Mariella era rannicchiata sotto il grande tavolo rotondo della cucina. Ben nascosta da quella bruttissima tovaglia cerata che, la mamma, si ostinava a mettere per non rovinare il legno pregiato.
“Mariella, tesoro!”
Mariella era troppo indaffarata per rispondere.
Mariella non voleva farsi trovare.
“Mariella! Mariella, vieni, siamo già in ritardo…”
Circondata da sacchetti di biscotti, pacchetti di merendine, barattoli di nutella e marmellate… quasi non sentiva la voce della mamma che la chiamava.
“Mariella!”
Il tono ovattato e gentile, con cui la mamma aveva pronunciato il suo nome fino a poco prima, era svanito.
“Forse sarà meglio che risponda.”
Era solo un pensiero che non emetteva alcun suono, impercettibile come lo zampettio di una formica in cerca di qualche briciola dimenticata.
I denti di Mariella affondarono nuovamente nel croccante biscotto al cioccolato.
Una vera delizia, un’estasi per il palato, un senso di conforto che si espandeva in tutto il suo essere rotondo facendola vibrare di piacere.
Mille briciole dolciastre rimasero appese ai lati della sua bocca, Mariella, con le mani appiccicose, cercò di raccoglierle tutte.
I suoi pensieri erano tutti rivolti ai tesori da forno che la circondavano e… a non farsi scoprire.
“Mariella! Non ti sarai mica nascosta da qualche parte per mangiare schifezze, vero?”
“Schifezze? Ma se sono buonissime.”
Mormorò con la bocca piena e i denti impastati.
Mariella mangiava voracemente, masticava molto più velocemente di quanto fosse in grado di pensare.
“Guarda che se scopro che…”
Mariella aveva sentito molto bene le minacce della mamma.
“E adesso cosa faccio? Se mi trova qui sotto, con tutti questi deliziosi dolci… sono veramente nei guai!”
Mariella, con la bocca ancora piena e le guance rigate dalla confettura di fragole, sollevò cautamente un lembo della tovaglia plastificata, poi, cercando di non toccare nulla che producesse rumore, si abbassò.
Appoggiando il viso, sporco e rotondo, al pavimento cercò di sbirciare nella stanza.
Guardò di qua.
Guardò di la.
“Bene, nessuno in vista. La mamma dev’essere ancora in camera.”
Agile e veloce, come un felino, in un momento raggiunse la credenza.
“Speriamo che l’antina non cigoli.”
Una preghiera per non essere colta sul fatto.
“Mariella? Mariella, si può sapere dove ti sei cacciata?”
Ora, la voce della mamma sembrava più vicina.
Mariella, nel frattempo aveva recuperato tutti i suoi preziosi tesori da sotto il tavolo, e li aveva risistemati nell’armadio richiudendo la porticina.
Era sicura di averli messi esattamente come li aveva lasciati la mamma.
Non si sarebbe accorta di niente, Mariella era sicura di questo.
“Mariella! Guarda che mi arrabbio!”
Mariella si era accorta che le sue mani e la sua faccia erano appiccicose, così aveva preso lo strofinaccio che la mamma teneva sempre vicino al lavandino e aveva cercato di ripulirsi alla meglio, ma la stoffa ruvida e asciutta le rimaneva incollata sulle dita grassocce, ricoperte di zucchero e caramello.
Finalmente riuscì nel suo intento.
“Mamma, sono qui!”
“Oh, finalmente! Dai, fai presto, infilati il cappotto che siamo in ritardo!”
Mariella ha circa dieci anni, frequenta la quarta elementare e, anche se la mamma la considera già una signorina, lei, tanto signorina ancora non si sente.
Le sue compagne di classe e anche Laura, la sua amica del cuore, da un po’ di tempo sono diventate strane. Non vogliono più che le loro mamme le accompagnino fino davanti alla scuola, chiedono gonne sempre più corte, maglioncini rosa, che lasciano scoperta la pancia anche quando fa freddo, borsette senza disegnini, scarpe col tacchetto… ma la cosa più fastidiosa è che hanno cominciato a parlare dei maschi. Lo fanno in continuazione e, se per caso, uno di loro si avvicina, scoppiano tutte a ridere, si mettono a dirsi segreti nelle orecchie e poi scappano.
“Sembrano tante ochette, specialmente durante la ricreazione.”
Mariella non le capisce, per lei queste cose sono tutte stupidaggini.
“E poi s mettono quei colori sulle guance e sugli occhi: sembrano pagliacci. Le perline sui capelli: che fastidio… Laura, l’altro giorno aveva tutte le unghie colorate…”
Mariella pensava a quanto era diversa da tutte le altre bambine mentre cercava di infilarsi un cappotto nuovo che aveva già cominciato a diventarle stretto.
Qualcuno le aveva detto che “queste sono cose importanti quando si comincia a crescere”.
Mariella non voleva crescere.
“Se diventare grandi vuol dire che non potrò più arrampicarmi sugli alberi, né tirare sassi con la fionda o portare i pantaloni… Beh! Io non ci sto!”
È un po’ che l’ha capito, da quando la mamma l’ha presa in disparte e le ha fatto quel “certo discorsetto”
“E poi, con i maschi è bello giocare a pallone, fare le gare in bicicletta senza mani, sfidarsi a chi sputa più lontano… perché dovrei aver voglia di baciarli?”
Mariella aveva deciso che non sarebbe cresciuta.
Se solo ci avesse creduto, con tutte le sue forze, nulla sarebbe cambiato.
“Dai, sali in macchina, io chiudo la porta a chiave ed arrivo.”
Mariella credeva di esserci riuscita, ma le sue amiche erano cambiate lo stesso.
O almeno così lei credeva.
La mamma aveva cominciato a preoccuparsi.
“Chissà perché? Io sto bene ugualmente, non ho bisogno di loro!”
Il posto dove erano dirette non si trovava tanto lontano, dopo soli dieci minuti, la mamma faceva manovra per entrare nel parcheggio.
“Mamma?”
“Dimmi, tesoro!”
“È proprio necessario?”
“È per il tuo bene! Vedrai, non sarà una cosa difficile.”
Mariella e la mamma entrarono in una grande stanza con tante sedie rosse appoggiate alle pareti.
I muri bianchi erano solo un ricordo che si poteva intravedere nei brevi spazi scoperti tra un disegno e l’altro.
Disegni fatti da mani di bambini che riproducevano centinaia di volte i personaggi delle favole più belle.
Mariella era incantata.
Non c’era nessun altro.
Mariella si guardò intorno per qualche minuto, si sentiva come dopo aver fatto un velocissimo girotondo.
Scelse una sedia vicino alla finestra e si adagiò con tutta la morbidezza che la sua enorme mole le permise.
La mamma le si sedette accanto, accavallando le gambe.
Mariella aveva provato tante volte ma, quella, era una cosa che proprio non le riusciva.
Attesero pochi istanti, poi, dalla porta arancione, su cui era riprodotto un bellissimo arcobaleno, uscì una signora vestita di bianco. I lunghi capelli argentati, raccolti in una folta treccia, la facevano assomigliare ad una fata.
“Buongiorno! Accomodatevi, il dottore vi aspetta.”
Dottore! Mariella aveva una grande paura dei dottori e questo poi… questo non lo conosceva nemmeno.
“Ciao, tu devi essere Mariella!”
Mariella era entrata in quella stanza, con le pareti bianche e i quadri neri, del tutto controvoglia.
La mamma era stata costretta a trascinarla usando tutta la sua forza.
Mariella cercò di nascondersi dietro l’esile figura della madre, ma, per quanti sforzi facesse, spuntava sempre un fianco, un braccio, una gamba… e, come se non bastasse, quando la mamma si era accorta di come si stava comportando, si era spostata di scatto, lasciandola scoperta, sola, indifesa.
Mariella voleva scappare, sparire, volare via, ma non riusciva a muoversi.
“Coraggio, rispondi! Facciamo vedere al dottore che sei una signorina ben educata!”
La bocca di Mariella si riempì improvvisamente, quasi magicamente, di tutti quei buoni sapori di cui si era rimpinzata poco prima. Avrebbe voluto essere ancora al sicuro, sotto il tavolo della cucina. Nascosta da quell’orribile tovaglia cerata che in quel momento non trovava più tanto brutta.
Il sapore dolciastro nella sua bocca si trasformò in litri di saliva nauseante.
Vomitò!
Il fiotto marrone esplose.
Schizzi di cibo multicolore imbrattarono la moquette.
Gocce di cioccolato, frammenti di frutta candita, briciole di biscotti… mal digeriti, rimbalzarono sulla scrivania troppo vicina.
Mariella si ripulì la bocca con la manica del cappotto.
Guardò la mamma: era inorridita.
Guardò l’infermiera: era sbalordita.
Guardò il dottore: era ammutolito.
“Mariella, ma cosa…”
La bambina cominciò a ridere.
“Mariella, ma come…”
Non riusciva a smettere di ridere.
La mamma cominciò ad avvicinarsi, sembrava così lontana. Mariella la vedeva minacciosa e decisa, sconvolta e offesa… i suoi occhi erano rossi dalla rabbia.
Mariella continuava a ridere e, più rideva, più si sentiva bene.
La mamma cominciò a rovistare nella borsetta in cerca di qualche cosa con cui pulire tutto quello schifo.
“Certo” pensò Mariella “come se la dentro ci fossero stracci e detersivi!”
Quel pensiero la fece ridere ancora più forte.
“Questa volta l’ho combinata veramente grossa. Guarda qui che disastro!”
La mamma l’aveva quasi raggiunta.
“Signora! Signora?”
La voce del dottore.
La mamma ignorò quel suono maschile, era mortificata come non le era successo in tutta la vita e voleva punire Mariella. Metteva un piede davanti all’altro per raggiungerla cercando di non calpestare quell’orrendo pasticcio.
“Signora!”
Il dottore alzò la voce.
La mamma guardò l’uomo che era ancora seduto dietro la sua bella scrivania ormai tutta imbrattata.
Che strano, sembrava divertito.
“Non si preoccupi.”
“Ma… Io… Mariella…”
“Non è successo nulla di grave. Se ne occuperà Stefania. Vero Stefy?”
“Certo Dottore.”
“Ora, se non le dispiace, vorrei rimanere solo con sua figlia. Va bene per te, piccola?”
Era tanto tempo che Mariella non si sentiva chiamare così, si accorse di quanto le fosse mancato, di quanto fosse ancora piacevole essere considerata “piccola”. Provò quasi una stretta al cuore e per un breve, brevissimo istante, il dottore le fu quasi simpatico.
L’infermiera fata accompagnò la mamma di Mariella nella stanza con le sedie rosse, le consegnò una rivista e tornò con il necessario per fare pulizia.
In pochi minuti ogni traccia della paura e dell’emozione che aveva provato Mariella erano svanite.
“Ti va bene se parliamo un po’?
Mariella aveva smesso di ridere, aveva rivolto lo sguardo dispiaciuto verso le sue scarpe che, miracolosamente erano rimaste pulite, ed aveva cominciato a mangiarsi le unghie.
“Lo vuoi un bicchiere di acqua?”
Mariella annuì, il suo faccione da luna piena andò in su e poi in giù un paio di volte provocando il tremolio del suo doppio mento.
Era nervosa, forse un po’ spaventata. L’acqua la calmò un po’.
“Lo sai che la tua mamma è molto preoccupata per te? Mi ha detto che ultimamente sei ingrassata parecchio anche se ti vede mangiare sempre nella stessa maniera. È vero?”
“Si!”
“Mi ha detto tante cose di te, come, ad esempio, che passi tutti i pomeriggi chiusa in camera a giocare sul computer, e che non esci più volentieri con le tue amiche. È così?”
“Si!”
“La tua mamma ti vuole bene e non riesce a capire che cosa ti sta succedendo, anche perché, ogni volta che te lo chiede, tu rispondi che va tutto bene, che non è cambiato niente.”
Mariella annuì di nuovo, con molto più vigore di prima, provocando il tremolio di tutta la pancia.
“Ma noi sappiamo che le cose non sono proprio così, vero?”
“È che…”
Il dottore tacque, aspettando che la bambina trovasse il coraggio di parlare, le diede tutto il tempo che le fu necessario.
Mariella non sapeva cosa fare, qualche cosa nel modo di parlare e nel modo in cui il dottore la guardava, non le permetteva di dire le solite bugie.
“È che i miei compagni mi prendono in giro, mi dicono frasi cattive e non vogliono più giocare con me come facevano fino a poco tempo fa e… e le mie amiche parlano di cose stupide che non mi interessano, che non mi piacciono….”
“E a te cosa piace?”
“Mi piacciono le cose che mi sono sempre piaciute, vorrei che tutto tornasse come prima.”
“Ma non è possibile. Tu stai crescendo e anche i tuoi amici crescono…”
“Io non voglio crescere!”
Lo affermò con una forza tale che il dottore dovette risistemarsi sulla sedia.
Rimasero in silenzio per un minuto che sembrò eterno, poi il dottore capì.
“Non è che hai un po’ paura?”
“E lui come fa a saperlo?”
Mariella pensò che forse, quel dottore non era così stupido come tutti gli adulti. Però, era anche convinta che non avrebbe potuto aiutarla. Dopotutto, Mariella, aveva già preso una decisione.
Continuarono a parlare ancora per un po’, poi la mamma rientrò nella stanza e Mariella fu spogliata, misurata, pesata, controllata… Quando, finalmente, ritornarono a casa, Mariella era stata messa a dieta.
Mai bambina di dieci anni fu così infelice, disperata, arrabbiata, delusa… ferita.
Sembrava che la sua felicità dipendesse solo ed esclusivamente dal suo aspetto fisico, dal suo peso.
Presto sarebbe diventata una ragazza, una donna e allora avrebbe capito ed apprezzato i sacrifici e gli sforzi cui la mamma e il dottore volevano obbligarla.
“I grassi non piacciono a nessuno! Certo, sono allegri e divertenti, è facile prenderli in giro, deriderli, stuzzicarli, ma in realtà nessuno li apprezza veramente… e, primi tra tutti sono proprio loro stessi a non volersi bene.
Sono goffi e senza grazia, i vestiti gli stanno male addosso, le cuciture sembrano sempre sul punto di esplodere…. Sono lenti, sono appiccicosi…”
Ma perché la mamma le aveva detto tutte quelle brutte cose?
Forse non le voleva bene?
Forse si vergognava di lei?
Perché non capiva, perché non aveva voluto ascoltarla.
Mariella ce l’aveva messa tutta per spiegarle come si sentiva, per dirle come e perché aveva deciso di non crescere.
Eppure… Eppure non era servito a niente.
Come parlare con l’orso di peluche che aveva da quando era nella culla. Un gran ascoltatore, o almeno così sembrava, perché poi, lui, continuava a fare esattamente come voleva, tutto il giorno nella posizione in cui l’aveva lasciato…
Ma è vita questa?
La dieta era stata appesa sulla porta del frigorifero e dentro… dentro, la mamma, aveva messo un’enorme maiale rosa con i pantaloni a quadretti che rideva e le diceva “grassona” ogni volta che si accendeva la luce spia.
Mariella ci provò.
Maiali in pantaloncini furono disseminati in tutti gli armadietti della cucina.
Provò con tutte le sue forze ad accontentare la mamma ma: trenta grammi di pasta, nessun condimento, bistecche bianche al sapore di plastica, riso bollito e insalata… non le stavano facendo perdere solo peso.
Mariella stava perdendo la voglia di vivere, la voglia di ridere: se stessa.
Passò circa un mese prima che Mariella si accorgesse della sua tristezza.
Aveva perso sette chili, aveva fatto tanta fatica e si sentiva peggio di prima.
La mamma era veramente fiera di lei ma, Mariella non ce la faceva più, così una notte…
Mariella si assicurò che la mamma dormisse. Non era una cosa tanto difficile, bastava aspettare di sentire quel leggero brusio. Era come una specie di fischio sommesso che produceva il naso a punta della mamma. A quel punto nemmeno una cannonata l’avrebbe svegliata.
Mariella scese dal letto, certo, era dimagrita, ma il suo corpo era ancora piuttosto rotondo e i suoi movimenti risultavano lenti e difficoltosi. Infilò i piedi, piccoli e grassocci, nelle ciabatte sfondate che una volta avevano la foggia di splendidi coniglietti e cominciò a scendere le scale. Per fortuna erano ricoperte di piastrelle, così Mariella non si preoccupò degli scricchiolii del legno.
Spostò la tenda che separava la cucina dal soggiorno e andò a sedersi sotto il tavolo.
Non sapeva perché, ma sapeva che se voleva essere di nuovo felice doveva rimanere la sotto, nascosta dalla tovaglia cerata.
Si addormentò, con la testa appoggiata alla gamba di legno del tavolo.
Si risvegliò dopo qualche ora, ormai la luna era alta in cielo e illuminava la notte con i suoi raggi argentati.
Mariella aveva una grande fame.
Sollevò un lembo della tovaglia, appoggiò il viso sul pavimento e sbirciò nella stanza.
Guardò di qua.
Guardò di la.
Non c’era nessuno.
Uscì dal suo nascondiglio ed andò lentamente verso la dispensa dei dolci.
Appoggiò le dita sul pomello, come aveva già fatto tante volte in passato.
Tirò verso di se. L’antina non fece rumore.
Il maiale con i pantaloncini a quadretti non rise, non disse una parola.
Le sue braccia furono subito piene di tutte quelle cose deliziose che le erano tanto mancate.
Questa volta le appoggiò ordinatamente sopra il tavolo.
Nessuno aveva più mangiato quei biscotti, quella cioccolata, quelle merendine, nessuno aveva immerso le dita nei barattoli di miele o marmellata per poi succhiarle avidamente, nessuno aveva più apprezzato quei sapori da quando aveva cominciato la dieta. C’erano ancora pacchetti di caramelle gommose a forma di animaletto, sacchetti di meringhe, confezioni di frutta candita, barattoli di sciroppo… Avvicinò la sedia e cominciò a mangiare.
La bocca piena di quelle morbide creme.
Il pigiama macchiato di fragola e lamponi.
La faccia rigata da lacrime di felicità.
“Chissà perché la mamma non ha buttato via tutto?”
Mariella passò ore su quella sedia che sembrava diventare sempre più piccola e alla fine, quando ormai non c’erano che briciole e involti vuoti davanti a lei, era così gonfia da non riuscire più ad alzarsi.
Provò e riprovò mille volte riuscendo solo a cadere dalla sedia, ma, contrariamente al dolore che era pronta a sentire, cominciò a rimbalzare.
Allora rise.
E, più rideva, più rimbalzava.
Mariella si stava divertendo, era felice come non ricordava di essere mai stata.
Dopo un po’, però, stanca di rimbalzare su se stessa, cercò di fermarsi aggrappandosi alla sedia o a qualche maniglia, ma le sue mani erano diventate piccole e le sue gambe troppo corte per servire a qualche cosa.
Urtò la finestra che con un tonfo sordo si aprì e la lasciò passare.
Mariella si ritrovò in giardino e solo allora si accorse della luna che le restituiva la sua immagine rotonda.
Il suo pigiama non aveva più bottoni, le cuciture erano saltate, gli elastici si erano rotti.
Mariella si era trasformata in un’enorme palla.
Si sentiva come un gigantesco palloncino rosa senza spago e aveva cominciato a volare via.
Via dalle manie di sua madre per l’aspetto fisico.
Via dalle diete.
Via da tutte le stupidaggini che interessavano alle sue compagne di scuola.
Via dalla cattiveria dei bambini.
Via da tutto.
Via da tutti.
Mariella volava e… felice, non sarebbe più tornata indietro.
Volò per tanto tempo, finché si rese conto di non avere più fame o sete, di non desiderare dolci o caramelle, di non volere più niente.
Galleggiò sopra e sotto i mari.
Saltellò sulle cime delle montagne.
Scivolò sulle dune, nei deserti.
Si elevò sopra e dentro nuvole bianche, grigie o nere.
Poi, tutto d’un tratto, cominciò a sentirsi sola.
Fu proprio in quel momento che qualche cosa di lontano e luccicante attirò la sua attenzione, qualche cosa che non aveva notato prima. Nuotò in quella direzione e raggiunse in pochi minuti il puntino luminoso che era sembrato tanto lontano.
“Che bello!”
Era un biscotto a forma di stella.
Pensò di mangiarlo, anche se, stranamente continuava a non avere fame, ma qualche cosa, dentro di lei, fermò la sua mano grassoccia a pochi centimetri dal dolcetto.
“Se lo mangio comincerò a crescere!”
Sapeva che le cose sarebbero andate così.
“Io non voglio crescere!”
Ma sapeva che non poteva farne a meno.
“Va bene, troverò un altro modo.”
Non sopportava più tutta quella solitudine.
Mariella si svegliò.
Questa volta si svegliò davvero. Era ancora sotto il tavolo della cucina, nascosta dalla tovaglia cerata, era ancora a dieta e non c’erano biscotti o caramelle vicino a lei, nemmeno una cartina di dolce dimenticata.
Sollevò un lembo della tovaglia, appoggiò il viso sul pavimento e sbirciò nella stanza.
Guardò di qua.
Guardò di la.
Non c’era nessuno.
Dal piano di sopra il fischietto prodotto dal naso della mamma la rassicurò.
Aprì la dispensa senza preoccuparsi dei possibili cigolii… era vuota.
Mariella sorrise.
Aveva già cominciato a crescere, solo che questa volta l’avrebbe fatto a modo suo.
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