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09.3. La leggenda del faro II

Angeli dei Sette Chakra
Gli Angeli dei Chakra si rivolgono ad animi in cammino verso un sempre maggiore e consapevole equilibrio personale.
Donarsi o donare un angelo dei Chakra è un gesto colmo di simboli e significati.

Visualizza tutti gli Angeli dei Sette Chakra>>>
...dal capitolo VI: "LA NAVE REGINA"

"Venerdì 13 agosto 1896 ore 06.10, spento riflettore, vento da maestrale a 10 nodi, mare calmo, cielo sereno, visibilità buona, nave a vela incagliata sulle secche, mi reco sul posto per verifica di controllo".
Prese le scale e con passo svelto scese giù.
In poco meno di dieci minuti era sulla spiaggetta sottostante, varò la piccola lancia a remi e vela che aveva a disposizione, uscì remando per qualche decina di metri, e poi issò la vela.
La barca si trovava incagliata sugli scogli esistenti mezzo miglio fuori il promontorio di Capo Arocco, il vento di maestrale era moderato ma pressoché di prua alla lancia del farista, quindi lo costrinse a bordeggiare, poi decise di allargarsi, prendere il vento al lasco, superare la secca sul lato Nord, virare e raggiungere la barca incagliata con il vento in poppa. Doveva stare attento Luigi, si sarebbe potuto trovare in grave pericolo se avesse danneggiato la propria lancia, magari finendo anche lui sugli insidiosi scogli.
Non sapeva ancora che gli scogli; il vento e la natura l'avrebbero invece protetto ed aiutato, come del resto avevano protetto fermando e cullando quella barca incagliata sulla secca.
Navigava veloce spinta dalla fresca brezza di maestrale la barca del farista, e Luigi la pilotava con bravura e prudenza. Era li Luigi, teso e preoccupato, con quella barchetta in mezzo al mare aperto, elegante e bello con quella sua divisa pulita e stirata, ingallonato con gradi da brigadiere, rappresentava in quel momento la sua Marina ed il suo faro, unica istituzione del luogo, era in veste ufficiale lui; il guardiano del faro era sceso dal suo eterno presidio per andare a controllare una situazione non chiara.
Ogni tanto si voltava a guardare in lontananza la maestosità e la bellezza del promontorio.

...dal capitolo X: "NAUFRAGHI"

Il buio della notte oramai era sceso, nel cielo a causa delle nuvole non erano visibili né luna e né stelle, l'unica cosa che confortava Fausto era la potente luce del faro, che con i suoi lampi, lo incoraggiava ad andare avanti, ma con quel buio era pressoché impossibile scorgere i due naufraghi, ammesso che fossero ancora vivi.
Il vento era aumentato, ora nebulizzava gli schizzi dell'acqua e li faceva volare velocemente di poppavia, l'acqua fredda e pungente spinta dalle forti raffiche di vento sferzava il viso di Fausto e quasi gli toglieva il respiro.
In quel momento regolandosi con la luce del faro e la bussola, il farista stimò che all'incirca doveva essere sulla posizione dove, dalla plancia del faro, aveva avvistato i due piloti, pensò però che la forte corrente presente gli avesse spostati di diverse centinaia di metri in direzione Sud Est, e quindi in direzione del grande canale, che una volta scapolato il promontorio di Capo Arocco si allargava aprendosi al mare aperto e alle acque internazionali.
Decise così di accostare dolcemente a Sud Est, e procedendo più lentamente cercava di girare in circolo così da coprire ogni giro che faceva un raggio di 50 60 metri, la situazione era molto difficoltosa, quando il gozzo mostrava i fianchi al traverso del mare le rollate divenivano terribilmente grosse e pericolose, Fausto che spesso rischiava di essere sbalzato in mare, aveva indossato un salvagente a giubbotto, e con una sagola si era legato alla bitta della barca, ora usando la potente lampada in dotazione perlustrava la superficie del mare circostante, e spesso con occhio attento controllava osservando la bussola e i lampi del faro che la corrente non lo portasse fuori posizione.
...dal capitolo IX: "IL VIAGGIO"

All'esterno un ampio piazzale in terra battuta, qualche lampione, un piccolo monumento alle ferrovie un po' polveroso, e un muretto a delimitare il perimetro della piazza, eretto sulle sponde di due fosse camperecce. All'estremità del piazzale, un ponticello in muratura a volta, e da lì una strada asfaltata a tratti che conduceva al paese di Storiano, sito sul cucuzzolo di una collina in fronte alla stazione.
Vicino alla porta di ingresso della stazione un cartello indicante la fermata di una corriera.
Questa non tardò ad arrivare avvolta in una nuvola di polvere sollevata dalle sue ruote.
Il forte rumore che accompagnava l'autobus faceva capire che la sua marmitta era completamente sfondata, e al suo passaggio gli uccelli appollaiati sui cipressi che costeggiavano la stretta strada volavano impauriti alla volta dei fili telegrafici posti nel mezzo di un vicino campo.
Fausto salì sulla corriera, e mentre raggiungeva il bigliettaio, sudato e seduto su un sedile con davanti il banchetto per la custodia dei soldi e dei biglietti, sentiva l'inconfondibile odore dei rivestimenti in skai color rosso che impregnava l'aria interna dell'autobus.
Correva veloce la corriera su quelle tortuose stradine, a bordo del mezzo c'erano; Fausto, l'autista, il bigliettaio, due vecchi forse contadini e una signora giovane e bella.
Man mano che l'autobus si avvicinava al paese, il paesaggio esterno cambiava divenendo sempre più armonioso, le piante più rigogliose, la monotonia era rimasta giù alla stazione, al centro del paese dove Fausto scese c'era un'aria festosa, i negozi aperti, la gente sorridente, le strade pulite, le case ben tenute, i bar sparsi nelle vie cittadine trasmettevano un calore intenso.

...dal capitolo IX: "IL RITORNO"

Anche la sua anima sembrò ferita, difatti per alcune notti sembrò quasi rifiutare di accendere la sua lanterna, forse in ribellione a quegli automatismi portati da gelido progresso.
Spesso il timer si danneggiò, ed in quelle settimane la natura, in ribellione all’accaduto, sferrò in quei luoghi tempeste e burrasche terribili.
Era evidente che il faro, il mare, gli scogli, le onde, il vento, gli alberi, il sole, gli animali, la luna, volevano lì, a presidiare quella postazione, il loro eterno guardiano, compagno fedele di mille avventure.
Fausto ritornò provvisoriamente a vivere nella sua casa di Stuttigliano.
Quando arrivò con il treno al paese scese in quella stazione dalla quale anni prima era partito.
Anche lì vide che i segni irreversibili del progresso avevano colpito la stessa stazioncina; anch’essa ora era stata automatizzata e distrutta nel suo fascino solitario, proprio nello stesso atroce modo del faro.
Fausto appena sceso dal treno si incamminò verso l’uscita e con malinconia e rimpianto vide la vasca dei pesci rossi completamente asciutta e ora riempita di cartacce e rifiuti, la fontanella di ghisa sparita e al suo posto una vistosa e orrenda toppa di cemento.
L’erbaccia e la gramigna, lì, lasciate a invadere binari e banchina, dall’altra parte il fabbricato della stazione, scrostato e ricoperto da muschio e muffe varie, opaco e triste nella sua solitudine e abbandono eterno. Nessuna campanella suonava più a smorzare quel silenzio irreale, e nessuno scambio era più azionato dalla mano esperta e fedele di un ferroviere.
Dario Alfonso Ricci
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