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09.2. La leggenda del faro I

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LA LEGGENDA DEL FARO
romanzo di Dario Alfonso Ricci
"Dedicato a tutte le persone che amano il mare,
che vivono il mare, che rispettano il mare
e che lavorano sul mare.
Ma soprattutto a coloro che credono
nell'eterno mistero che esso racchiude"
D.A.R.


Nota critica

“La leggenda del faro”, opera prima di Dario Alfonso Ricci, è proprio una bella storia, ricca di passaggi magici ed immagini poetiche; narra le vicende dei faristi e degli altri personaggi che si snodano per oltre un secolo, dalla fondazione all’automatizzazione, intorno al leggendario faro di capo Arocco, presenza viva, tangibile, animata, creatura dotata di proprie pulsioni e volontà, in rapporto ambivalente con l’Uomo, ora in armonia ora in conflitto, ora presenza benevola e salvifica ora forza distruttrice e devastante, comunque sempre in sintonia con la Natura.
L’ultimo capitolo, poi, che, similmente ad una conchiglia che racchiude in sé la perla preziosa, è il racconto dell’antefatto, il disvelamento delle motivazioni che hanno spinto alla stesura del libro (che si pone a suggello della storia ma avrebbe anche potuto costituirne l’incipit), è un finale perfetto e ad effetto; romantico, quasi magico appare il verso finale, con l’alternanza fra luce ed eclisse, espressioni del faro che, per tutta la storia, ora ha illuminato ora ha celato, ma anche metafora della vita, sempre in sospensione fra la chiarità e l’ombra.
Vividi emergono l’amore per il mare, la conoscenza dell’elemento e il rispetto che l’Autore nutre per tutte le creature della Natura in generale, “la luna, il vento, le onde, gli scogli, gli alberi e gli animali”, e con forza s’impongono i valori morali in cui crede: il senso del dovere, la dedizione al lavoro, il rispetto, l’amore.
Una volta scritte, le parole più non appartengono allo scrittore, e ciascuno le legge in modo personale, eppure, in questo romanzo, è possibile rinvenire un significato universale nel messaggio finale, affidato a Giovanni, il vecchio farista che, nel congedarsi, raccomanda a Fausto: “La natura ti aiuterà, lo ha fatto con tutti. Basta rispettarla ed amarla”.
Francesca Santucci


PROLOGO
Il vecchio nonno Carlo era un piccolo impresario edile venuto dalle campagne del senese a cercare lavoro e fortuna sulla costa. Qui sul mare, nei rari momenti di sosta fra uno scavo di fondamenta e un'intonacatura di facciata, se ne andava col suo barchino a pescare tra gli scogli e le calanche sabbiose del litorale.
Fu con lui, un giorno lontano della mia infanzia, che andai a calare un palamito sotto il promontorio del faro, dove finisce la terra e inizia l'infinito mistero dell'oceano.
Dal barchino, il nonno levò la mano ad indicarmi la svelta altera sagoma del faro, dipinta a fasce rosse e bianche, immota e viva.
"Molti anni fa sono stato lassù con quindici operai. Abbiamo rimesso a nuovo la torre e il casamento.
Si dormiva per terra su pagliericci portati dai militari, si mangiava il rancio come nel '15 nelle buche dell'Isonzo e meno male che non c'erano i cecchini che sparavano.
Però, non so perché, la notte in quel luogo c'era un po' di paura, specie quando il tempo era cattivo, o quando c'era la nebbia e il segnale ci urlava nelle orecchie. Che roba, nipote...."
Avevo sette, forse otto anni. Non ricordo il resto dei discorsi del nonno, ma il faro m'incute ancora rispetto anche quando lo vedo da lontano, le rare volte che ritorno da queste parti.
È stato l'anno scorso, tornato qui per le vacanze a smaltire nel mare estivo la stanchezza di terre lontane e di lavoro invernale, che mi sono deciso ad affrontare da vicino il faro del promontorio.
Con la mia nuova barca ho ripercorso quelle acque della mia infanzia, e vinta ogni paura del mistero, sono sceso a terra, ho fatto la grande arrampicata lungo il sentiero che porta al faro, e qui ho incontrato due persone dolcissime che, con la saggezza della loro vecchiaia felice, mi hanno svelato la leggenda del faro e hanno disperso le insicurezze e i timori della fanciullezza.
La leggenda del faro: in essa è forse la chiave di tante verità della vita che gli uomini non sanno più vedere, o almeno non sanno più apprezzare.
Dario Alfonso Ricci
© D.A.Ricci - Tutti i diritti riservati. È vietato utilizzare questo testo, anche parzialmente, senza autorizzazione.
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