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07.BREVE STORIA DI UNA SCOPERTA

Angeli dei Sette Chakra
Gli Angeli dei Chakra si rivolgono ad animi in cammino verso un sempre maggiore e consapevole equilibrio personale.
Donarsi o donare un angelo dei Chakra è un gesto colmo di simboli e significati.

Visualizza tutti gli Angeli dei Sette Chakra>>>
Entrò nella stanza biblioteca con il corpo fasciato da un abito giallo acceso, il viso sudato di una smorfia che le tirava lo sguardo, tremante fino alla punta delle dita delle mani.
Si trascinò a passi pesanti verso la poltrona su cui stavo seduto, mentre con scrupolosità caricavo di tabacco la pipa incastonata dalle mie mani nell’esperienza di quel gesto.
Iniziò a sospirare mezze frasi impercettibili che riprendevano il loro prosieguo dopo attimi di sforzo della sua voce – sempre caratterizzata da una balbuzie incontrollabile – che in quell’occasione ancora di più non sapeva rispettare i tempi delle parole, che tra le sue labbra restavano ferite dall’indecisione dei suoi tentativi di espressione.
Come ogni pomeriggio, mi disse, si era riposata sul letto della sua camera per circa mezz’ora, mentre io – come ogni pomeriggio nel tempo in cui lei riposava – avevo fatto una passeggiata fino al lago, a circa trecento o quattrocento metri dalla nostra casa, per leggere in solitudine e silenzio qualche pagina di un libro.
Era trascorsa circa un’ora d’allora.
Le proposi di sedersi e bere un bicchiere d’acqua, cosicché le parole potessero scivolare più agevolmente fuori dalla sua bocca. Lei acconsentì.


Mentre stava seduta sulla poltrona di fronte quella su cui stavo io, alla mia altezza, potei notare qualche lacrima indecisa che vibrava nei suoi occhi inumidendole lo sguardo, addolcendolo, sommando altra paura a quanta, fino a quell’istante, il suo comportamento aveva svegliato in me.
Di giorno in giorno era sempre più fragile e triste per la solitudine a cui il tempo, che fino ad allora aveva conosciuto, l’aveva obbligata.
Perché quel tempo infame, di appena quindici anni, era sempre sembrato volerla distrarre dal desiderio della felicità, utopia che in quei giovani anni ti lega alla vita con i suoi illusori sapori di speranza.
Per lei non fu così.
Per quella minuscola, sibilante creatura, che in quell’istante davanti a me tremava di tutto il gelo del mondo, non era nata mai alcuna impressione di sogno.
Ella non possedeva alcuna memoria che sfuggisse alla malinconia e all’abbandono.
Dai suoi sette anni era rimasta in mia sola compagnia.
Tutta la sua famiglia era scomparsa, in un incidente.
La madre, il padre, il fratello maggiore, avevano tutti lasciato la sua attesa di loro dilatarsi nei mesi, abbracciata alla mia povera presenza.
Poco tempo dopo capì che non poteva esistere nessuna attesa.


Sono suo zio…lei…la mia vita!


Bevve in un solo sorso tutta l’acqua del bicchiere, e con gli occhi si afferrò al mio sguardo preoccupato.
Presi le sue timide mani, che per vizio spesso nascondeva nelle tasche del vestito, tra le mie, trovando in quell’unione tutta la lontananza delle nostre età, l’impossibilità di donare loro calore.
Quel gesto sembrò però rassicurarla.
Provò a parlarmi di cosa le era accaduto nel tempo in cui mi ero assentato.
Non mi sembrava impaurita mentre proseguiva il suo racconto – più che altro emozionata.
Le parole che fuoriuscivano dalla sua bocca continuavano ad interrompersi e ritrovarsi, ma in quel momento vegliate da una calma che progressivamente le si ramificava sul volto, velato da un delicato rossore.
Da tanti anni che la guardavo ogni giorno, mai avevo scovato sulla sua pelle il colore che in quell’istante riscaldava la sua espressione, viva, distante dal pallore che abitualmente le imbracava il viso.
Qualcosa d’importante era accaduto. Una meraviglia che le si era addormentata negli occhi, aveva ora riavviato il suo respiro, fibrillante nei gonfi polmoni nascosti dai piccoli seni.


Nel tempo di pausa che si concesse ancora per provare a raccontare con maggior chiarezza la storia, nella mia mente iniziarono a formicolare dolorose supposizioni sul suo stato psichico, che progressivamente, negli ultimi mesi, era andato incrinandosi sotto la pressione della sua insofferenza alla vita che le era toccata in sorte.
Iniziai a credere che avesse da rivelarmi qualche sua stramba esperienza riguardante visioni di spiriti o voci inesistenti, che già più volte in quell’ultimo periodo mi era capitato di ascoltare da lei.
Ma non fu così.
Qualcosa di veramente importante aveva fatto accadere.


Capii allora che la mia abitudine alla sua difficoltà non mi aveva permesso di comprendere subito quanto di nuovo stava, invece, capitando nei percorsi nascosti del suo esile corpo.
Non ero più capace di concedermi con semplicità a lei.
Mi ero ormai convinto che quello stato di sofferenza, che disgraziatamente l’aveva schiacciata per tanti anni, fosse lei.
Ma solo nel momento in cui terminò di raccontarmi quanto le era successo, solo allora mi fu chiaro quanta mia colpa era esistita nella sua fatica a vivere.
Non ero stato capace di offrirle nessuna aspettativa dalla vita, di farla fantasticare attraverso l’impazienza del desiderio, illuso che la mia solitudine vicino la sua potesse sembrarle compagnia, addirittura gioia.
Da sola, in quel giorno d’aprile, sul suo letto, riuscì a scoprire uno spazio nascosto tra le sue adolescenti e instabili gambe, attraverso cui arrivare, per la prima volta nella sua esistenza, a provare un piacere che l’avrebbe legata ai giorni, obbligandola a ricercare in essi quanto il suo corpo in quel tempo breve le aveva sospirato.
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