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04.3. La lezione di anatomia

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La lezione di anatomia
“Ragazzi, vi ricordo che domani avrete la prima lezione di dissezione anatomica, ci vediamo”. La voce di Passaponti, con netta inflessione toscana, diede l’annuncio, al termine della consueta, magistrale dissertazione sul corpo umano, che ci aveva tenuto incollati ai vetusti banchi dell’anfiteatro di legno, affascinati dalla bravura dell’ultimo esponente della celeberrima scuola anatomica fiorentina. Uscimmo, senza fretta, dall’Istituto Morgagni, soffermandoci nel vasto atrio, vicino alle due alte colonne dell’ingresso, a discutere sull’evento che ci aspettava l’indomani: il primo vero incontro con la morte e le devastanti conseguenze del suo agire. Si raccontava che molti brillanti studenti avessero cambiato facoltà dopo la prova, troppo forte l’impatto con la realtà, meglio starne lontani, illudersi che non esista, ma, se vuoi fare il medico, per curare i vivi, devi conoscere i corpi che ti chiederanno aiuto, non c’è scelta. Diversi colleghi m’apparvero sgomenti, preoccupati, io ero eccitato, invece, avevo scelto la facoltà di Medicina per una sorta d’improvvisa vocazione, che mi colse al risveglio da una notte agitata, quando avevo già deciso che mi sarei iscritto a Lettere Classiche, il mio grande amore, la passione che mi aveva spinto a frequentare il Liceo. Da qualche tempo attendevo di mettere alla prova le mie risorse interiori, di insinuarmi tra i misteri del corpo umano, per comprenderne i segreti, capire perché l’anima l’avesse scelto come sede del suo transito terreno. Certo, in me si agitavano profondi dubbi esistenziali, rimembranze confuse di filosofia, poche certezze, ma ero cosciente almeno che la mia volontà, l’intento, era quello di sapere, tentare quantomeno, forse per conoscere meglio me stesso. Domani giunse presto. Di buon mattino il professore ci divise in gruppi, affidandoci ai suoi assistenti. Entrammo, emozionati, in una delle vaste sale di dissezione, qualcuno faceva lo spavaldo, forse per darsi coraggio. Mi colpì immediatamente il senso di gelo che aleggiava nel locale, ampio, disadorno, dal tetto altissimo. Un odore di formalina, intenso, penetrante, sembrava impregnare ogni cosa, suscitando un lieve stordimento, come una vaga vertigine. Su una delle pareti bianche, una vecchia incisione, “ex morte vita”, intendeva rivelarci il significato di ciò che avremmo visto. L’assistente, alto, magro, con un’espressione quasi assente sul volto affilato, ci salutò, presentandosi in modo sbrigativo, si chiamava Martinez e, abbozzando appena un sorriso di circostanza, scorse la lista coi nostri nomi, fece un rapido appello, quindi aggiunse secco: “Uomo, razza bianca, anni 76, deceduto circa tre giorni fa”, e fece un cenno ad un inserviente dalla faccia scialba, corpulento, tozzo, intrappolato in un camice blu, troppo stretto e corto. Lo strano individuo, che ribattezzammo Igor, come il fido collaboratore del mitico dottor Frankestein, sparì dietro una porta non lontana, per riapparire poco dopo, spingendo una specie di barella, su cui era adagiata una figura, ricoperta da un lenzuolo. Senza sforzo apparente, poi, lo depose sul tavolo di marmo che troneggiava al centro della stanza. “Avvicinatevi”, disse l’assistente, “seguitemi con attenzione e, se qualcuno si sente male, s’allontani senza dare fastidio, grazie”. Ci guardammo l’un l’altro, muti, mentre si affacciò, qua e là, qualche goccia di sudore. Con un gesto lento, che reputai solenne, il docente sollevò il sudario e apparve il cadavere, completamente nudo, il volto nascosto da un pietoso lembo di tessuto verde. Uno studente s’allontanò immediatamente, stravolto, una ragazza lo seguì subito dopo. Ci avvicinammo al freddo giaciglio e al suo misero ospite e, per qualche istante, restammo tutti immobili, come nell’attesa di un segnale misterioso; mi sovvenne quel famoso quadro di Rembrandt, “La lezione d’anatomia del dottor Tulp”, che tanto mi aveva interessato al Liceo, durante le gradevoli lezioni di Storia dell’Arte, e, a parte il diverso modo di vestire, non sembrava per nulla che fossero passati quasi quattrocento anni, da allora. Mi parve di essere quasi fuori del tempo, in una dimensione astratta, indefinibile. Il nostro istruttore prese un bisturi, dalla lama piccola, tagliente, ed incise l’addome con gesto sicuro, aprendolo con una lungo taglio, che andava dalla punta dello sterno al pube, spiegando meccanicamente, senza fare commenti; chissà quante volte aveva ripetuto quei gesti, chissà cosa pensava realmente in quei momenti! Dalla ferita, non sortì alcun’emorragia, ma soltanto un lieve gemizio rosato, il cuore ormai riposava e nessuna forza avrebbe più sospinto il sangue, nel suo meraviglioso percorso, fin nei più lontani recessi delle estremità, a portarvi un tepore perduto. Deposto il bisturi su un piccolo vassoio d’acciaio, e fissate le pareti addominali a due specie di ganci che le tenevano aperte, il dottor Martinez mise le sue mani guantate di lattice nella fessura, simile a due grosse labbra, allargate in un grido infinito e, estraendone gli organi interni, riprese a spiegarne dettagliatamente la sede e i confini.Un lezzo nauseabondo si alzava a tratti, colpendoci come un pugno allo stomaco. Un giovane biondo, che mi stava accanto sparì senza un gemito, accasciandosi sul pavimento. Lo portammo fuori, dove si riprese subito, e altri due gli restarono accanto, con l’evidente scusa di controllarne le condizioni. La lezione, intanto, proseguiva, doveva proseguire. Sempre più insistentemente, allora, cominciai a pensare al mistero della vita, al perché delle cose, al senso dell’umano percorso, all’angosciante timore della morte. Ricordavo, perfettamente, gli insegnamenti dell’amato Epicuro, “Abituati a pensare che la morte per noi è nulla, perché ogni bene e ogni male risiede nella possibilità di sentirlo: ma la morte è perdita di sensazione", quindi quel morto non era più, non sentiva niente, ma quella certezza non riuscivo ad accettarla pienamente. Fisicamente ero lì, non perdevo un frase, né un gesto del dramma che si consumava davanti ai miei occhi, stavo a lungo in apnea, senza però arretrare di un passo. Con la mente invece divagavo, sempre più distante, quasi perduto in una sorta di mare sconfinato, dalle onde vorticanti piano, un ancestrale liquido amniotico, nel quale volteggiavo con morbide evoluzioni. Il professore, adesso, si era trasformato in un sacrilego, una specie di profanatore di tombe, un essere abbietto che violava la sacralità di quelle carni, rubandone ogni più piccolo segreto. Ecco il fegato, il pancreas, quindi, nel mirabile scrigno del torace, i polmoni che avevano bevuto l’aria profumata della primavera e respirato il fumo di migliaia di sigarette, poi il cuore, lacerato crudelmente anch’esso, come a sradicargli perfino i sentimenti, le emozioni, che l’avevano fatto palpitare. “E’ un ladro, sta rubando tutto a questo povero vecchio, non gli sta lasciando nulla, qui sono tutti dei ladri!”. Così ripetevo, ossessionatamente, dentro di me, mentre minuzioso annotavo tutti i particolari della dissezione, ammirandone l’estrema perizia tecnica. Di colpo, mi girai verso la testa ancora celata; pensai che almeno quella rimaneva intatta, c’era dunque rispetto per la sede delle cognizioni, delle idee, dell’identità. Il desiderio di vedere quella faccia si fece insistente. Non mi sembrava un atto irriverente, piuttosto un modo di non farlo sentire così solo, abbandonato, mentre veniva divorato, freddamente, con metodo. Nessuno faceva caso a me, mi avvicinai, e, delicatamente, sollevai il piccolo quadrato di stoffa: vidi il collo sottile, dalle linee eleganti, il mento importante, la bocca leggermente socchiusa, la barba bianca, lunga di qualche giorno, le palpebre completamente abbassate sugli occhi senza luce. Non aveva un’espressione serena, come quella che, certe volte, il trapasso depone sui lineamenti dei defunti, anzi, sembrava paralizzato in una sorta d’angoscia tangibile, opprimente. Risalii ancora, con lo sguardo e, oltre la fronte, leggermente corrucciata, scorsi un vuoto che mi apparve immenso. Il cranio era già stato aperto, il cervello non c’era più, al suo posto una voragine senza fondo.
Gli avevano rubato anche i pensieri!
Giuseppe Risica
© G.Risica - Tutti i diritti riservati. È vietato utilizzare questo testo, anche parzialmente, senza autorizzazione.
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Nota critica
La morte è un tabù, è il tabù per eccellenza; si evita di parlarne, infastidisce, del defunto si preferisce dire "è scomparso", piuttosto che "è morto". La morte è un tabù e la dissezione del cadavere è un tema forte, parimenti evitato; nonostante gli abusi cui, soprattutto nella nostra società, è sottoposto, il corpo continua ad avere, per i credenti e i non credenti, un'aura di sacralità, un'inviolabilità che incutono rispetto e timore. Chi manipola un cadavere non lo racconta volentieri e non si ascolta volentieri chi manipola un cadavere, ci vuole coraggio a parlarne, troppo violente sono le emozioni che suscita l'argomento ma, in questo racconto, Risica è riuscito a trattare il tema della dissezione con estremo pudore, evitando la fredda impersonalità del medico ma anche l'esasperato coinvolgimento emotivo e il compiacimento letterario dell'orrore narrato, oscillando sempre, comunque, fra il distacco e la partecipazione, fra l'uomo-medico e l'uomo-scrittore/poeta, anche se alla fine è quest'ultimo a prevalere; ai macabri particolari ha alluso, suggerendoli, accennandovi, lasciando intuire al lettore, mai indugiando nella descrizione dettagliata. "Abituati a pensare che la morte per noi è nulla, perché ogni bene e ogni male risiede nella possibilità di sentirlo: ma la morte è perdita di sensazione".(Epicuro) La perdita della sensazione, il morto non è più; da questa certezza muove la dissezione. E allora il gelo, la formalina, le bianche pareti, il tavolo di marmo, sono gli elementi che relegano il racconto in una dimensione di distacco, ma poi c'è "il grido infinito" del corpo aperto all'intrusione delle mani del medico, il respiro trattenuto, "stavo a lungo in apnea", "il mare sconfinato", " le onde", in cui si perde l'io narrante, il torace paragonato ad uno scrigno, ancor più prezioso degli altri scrigni, perché racchiude il motore pulsante della vita biologica ed affettiva, e poi l'espressione "l'aria profumata della primavera" che sembra insufflare la poesia in un evento che nulla ha di poetico, mentre resta sempre ben vigile la scientificità dello studente che annota, registra, valuta. Infine, quando lo sguardo risale sul corpo del morto per guardare davvero in faccia la morte, sollevando il "pietoso" lembo verde e facendo l'atroce scoperta, l'ultima considerazione appartiene al poeta, non al medico: "gli avevano rubato anche i pensieri"; più che una lezione di anatomia mi è sembrata una lezione di umiltà: l'uomo perplesso, stupito, inchinato dinanzi al mistero della vita e della morte.
Francesca Santucci

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